Cuor di Cavaliere di Andrea Rigante
Il rapporto tra uomo e cavallo ha ormai migliaia di anni, il motivo di tale rapporto è assai poco nobile. Prima utilizzato come fonte di cibo, poi come strumento di lavoro e trasporto, infine come arma da guerra. Ora non più utilizzato per motivi militari è ad oggi sfruttato per motivi sportivi, soprattutto nel mondo occidentale, ma ancora impiegato per tirare carri, arare campi in quasi tutto il resto del mondo. Come altri animali domestici il cavallo è sempre stato assoggettato ai voleri umani.
Questo incredibile animale ha dato l’opportunità alla specie umana di imprimere una forte accelerazione al progresso e allo sviluppo della civiltà aiutandoci a diventare la società industriale che eravamo nel XX secolo, da bande di cacciatori-raccoglitori che eravamo non più di seimila anni fa.
Il testo più antico e completo giunto fino a noi su questo animale ed il suo utilizzo, principalmente in battaglia, viene dal mondo greco. Senofonte, biografo e storico greco, nel suo L’Arte della Cavalleria e ‘Il Manuale del Comandante della Cavalleria’, scritti intorno al 370 a.c., raduna le informazioni sull’ uso strategico militare del cavallo.
Senofonte oltre ad affrontare il tema militare, ha modo di portare fino ai giorni nostri una testimonianza sorprendente sul rapporto tra uomo e cavallo. Il testo è denso di considerazioni e consigli sulla gestione e doma del puledro, sulle corrette maniere di stabulazione del cavallo, in merito alla cura del piede e sulle maniere, preferibilmente gentili, da utilizzare per rassicurare un cavallo timoroso o nervoso in fase di addestramento.
Accorgimenti estremamente lucidi e contemporanei.
Aldilà del mero scopo economico e militare di condottieri, re, imperatori e generali, vi è l’intuizione di colui che cura, cresce, doma e condivide poi realmente la sua sorte con quella del proprio cavallo in viaggio , in campagna o sui campi di battaglia.
Ripercorrendo la storia del cavallo e della civilizzazione è da notare una sua scarsa presenza nella mitologia. Esistono pochissimi casi di divinizzazione, leggende o miti che abbiano come figura il cavallo o una sua versione antropomorfizzata. Il centauro, Pegaso o l’unicorno si avvicinano a questa visione ma non rendono onore a questo animale che così tanto ha contribuito al nostro successo su questo pianeta.
Nel pantheon egizio o greco non vi è una sua traccia profonda di grande rilevanza.
Non mancano invece nelle incisioni rupestri con scene di caccia di branchi selvatici, come nelle grotte di Lascaux nella Francia centrale.
Lo troviamo spesso a corollario di quadri e sculture celebrative, ma marginale e mai prevalente.
Nel mondo greco furono il toro e il montone, figure più presenti nell’idolatria pagana.
Dai miti e dalla storia emergono i nomi di cavalli sempre e solo accanto ad eroi e condottieri: Balio, Xanto, Pegaso,Bucefalo, Asturcone.
Il cavallo figura forte, ma servile, di grande efficacia in battaglia e vera arma determinante nelle cariche per tutto il medioevo, non trova spazio nella lunga lista di animali divinizzati.
In ogni angolo del mondo le doti del cavallo, la sua bellezza, la sua versatilità non trovano una legittimazione tale da essere assunti a divinità nelle grandi culture di tutto il pianeta.
Nell’iconografia classica, gli archetipi scelti, per lo più da temere, avevano caratteristiche come impulsività, indomabilità, impeto e passione estremizzando le debolezze umane e invece meno accattivanti erano figure docili e servili.
Se per le masse, il cavallo, fu un animale da considerare soggiogato, ai comandi e voleri dell’uomo, diverso è il legame che può notarsi avvicinando lo sguardo al rapporto diretto di coloro che vissero e vivono a stretto contatto con l’animale, ne condividono la quotidianetà. la fatica, i doveri e la dedizione.
L’antica cultura del cavallo è oramai estinta, quella cultura che ha forgiato il mondo e ne ha permesso la conquista. Trasformatasi oramai nel tempo in vanità ed ostentazione.
Diverso è il discorso relativo ai grandi popoli delle pianure, presso le tribù delle steppe mongole, dove ha, ancora oggi una dimora duratura, una realtà tangibile nella cultura dei pastori nomadi, in quel luogo e in questo tempo, ma che rimane un sogno lontano per gli altri. Un unicum nella storia recente, diversamente dalla sorte che la cultura del cavallo dei nativi americani, di cui rimangono solo pallide reminiscenze.
Il mondo occidentale invece ha schiacciato il suo passato, abbandonato la vecchia via del cavallo, del sogno in sella.
Tramontate le imprese cavalleresche della cultura romanza, le storie di draghi e principesse, rimangono ora i fantasmi di Don Chisciotte e Ronzinante, illusi di inseguire un mondo che non esiste più.
Di eroiche gesta, di imprese solitarie, di donzelle da liberare non ve ne è rimasta traccia.
La torre è abbandonata, l’antro del mostro ridotto a silenziosa catacomba ed il lago non custodisce più alcuna spada magica.
Raggiunto il suo culmine romantico, la realtà è tornata imponente a confrontarsi con un tempo in cui il cavallo non è più necessario.
Con la fine della prima guerra mondiale, la cavalleria militare, con ancora reminiscenza medievale, si confronta con una tecnologia sempre più spietata, con una strategia militare che non può più includere il cavallo, se non come mezzo di trasporto da carico.
Improvvisamente il cavallo non fa più parte della vita quotidiana dell’intera società con il tramonto anche del trasporto cittadino.
Da qui può forse ripartire la sua storia, superando i vezzi del mostrare in gare e concorsi la propria destrezza.
Con i boschi, i monti, le valli e le pianure tornate ad essere isolate e tranquille.
Il Cavaliere contemporaneo, vinta l’impresa con se stesso di mostrare, può solo abbandonarsi alla condivisione della via, del viaggio e percorrere di nuovo il sentiero, prima territorio di conquista, ora tornato ad essere ignoto, isolato e silenzioso.
Può ricominciare a misurarsi con il selvaggio che in esso alberga.
È necessario,quindi, riavvolgere strato dopo strato ciò che assopito stava su quel cuore, che pulsante di passione si affannava nel cercar di tornare in superficie. L’equitare torna ad essere un’impresa solitaria o quasi, di pochi silenziosi compagni, di un falò che sibila nella notte stellata.
Il Cavaliere allora abbraccia l’impresa, di andare, di riappropriarsi, non di uno spazio, ma di un pensiero, un pensiero di libertà, di una gioia che non è necessario ostentare, di un viaggio infinito scandito dal battito di due cuori che pulsano all’unisono.
Il sogno di incamminarsi sulla via, più a lungo possibile, perchè lì è il suo posto, dove percepisce la natura, dove puo’ unirsi al suo cavallo, dove ciò che capita ad uno capita ad entrambi, accettando ciò che accadere potrebbe: il freddo, la sete, il sentiero perduto, il pericolo della caduta, forse un rischio evitabile, ma a cui non vuole sottrarsi, poichè la rinuncia sarebbe come una morte ben più amara, la morte del suo spirito, la fine del viaggio, una prigionia più letale della mortale libertà.
Il cavaliere in viaggio può forse così ritrovare sui monti abbandonati dal pastore, nelle valli ormai depresse, attraverso gli scheretri dei borghi antichi la sua nuova casa.
Una nuova società di cavalieri può sorgere e rifondare una cultura del cavallo errante: come fuga, come abbandono, come cura di uno spirito umano intossicato e agonizzante.
Il sacrificio dei pochi che ancora credono potrà mostrare al mondo un nuovo cuore.
Le loro imprese potranno forse dilagare nel mondo ed inspirare altri a farlo. Solo così il cuore del cavaliere potrà ritrovare il suo posto nel petto di coloro che ancora non hanno compreso quale sia quel fuoco, che dentro arde, ogni istante passato in sella, ma che non trova pace se non su un sentiero senza fine.